IL LIBRO DEL SILENZIO – Sara Maitland

Denso e lieve allo stesso tempo, questo libro di Sara Maitland è uno dei migliori che abbia letto negli ultimi anni. Ciò che lo rende affascinante è la personalità dell’autrice, che emerge pagina dopo pagina, rendendo il lettore testimone del viaggio di scoperta di se stessa (e non solo) che la Maitland ha intrapreso dopo i cinquant’anni – età che viene da lei goduta con freschezza e maturità contemporaneamente, come un patrimonio esistenziale prezioso per una riflessione profonda e consapevole, capace di andare sempre di pari passo con un amore per la vita e per la scoperta che non conosce invecchiamento.

Lungi dall’essere un trattato filosofico sul tema del silenzio, questo libro ospita invece il resoconto del percorso esistenziale (fatto di esperienze e di riflessioni) tramite il quale l’autrice si è accostata a questa sorta di mondo parallelo, “altro” o forse superiore – la questione rimane in sospeso, come in definitiva è giusto che sia – costituito dall’assenza di suoni, voci, rumori.

Seconda di sei figli, cresciuta (tra Londra e la Scozia) in una famiglia che lei stessa definisce “molto rumorosa” perché caratterizzata dall’amore per la parola – spesso polemica – e da un’estrema socievolezza, la Maitland vive la prima parte della sua vita in un’atmosfera molto vitale ma anche molto caotica, cui contribuiscono l’ingresso in un grande collegio e l’adolescenza negli anni ’60, con il suo correlato di battaglie femministe e socialiste. Come se tutto questo non bastasse, nel 1972, poco più che ventenne, Sara si sposa con un pastore anglicano e nel giro di pochi anni mette al mondo due figli; nel frattempo, la sua attività di scrittrice si sviluppa sempre più. Insomma: come lei stessa dice, “è difficile pensare a una vita meno silenziosa”.

Negli anni ’90, però, qualcosa cambia: il matrimonio crolla, i figli crescono e se ne vanno di casa e la Maitland conosce un periodo di aridità creativa e di incertezza personale molto sofferto, da cui esce prendendo, quasi per caso, una nuova strada: quella del silenzio, appunto, che scopre andando a vivere in una casa isolata, in campagna, in totale solitudine. Da allora inizia la sua esplorazione di questo universo, che l’autrice conduce in prima persona facendo esperienza di diversi tipi di eremitaggio – nella brughiera scozzese, sola per quaranta giorni e quaranta notti, in monastero, nel deserto – e ripercorrendo con estrema capacità analitica e autentica curiosità intellettuale la storia del silenzio così come è stato inteso nel corso dei secoli da chiunque – religiosi, artisti, scrittori, ecc. – ne abbia lasciato una significativa testimonianza.

Ne emerge un quadro incredibilmente variegato, che rivela come il silenzio non sia un’entità monocorde, bensì possa avere molte sfumature, molte interpretazioni, e spesso sia più relativo – in senso sia oggettivo che soggettivo – che assoluto. Tale è anche, in conclusione, per la Maitland, che chiude il suo libro dichiarando la propria ricerca ancora e sempre aperta, inevitabilmente in fieri, poiché condotta nei confronti di qualcosa che non è (come spesso si crede) una dimensione negativa, ottenuta sottraendo vitalità, bensì una “creatura” viva, tridimensionale, quasi – paradossalmente – un interlocutore, anche se resta da capire se si tratti di un buco nero o di un cielo pieno di stelle.

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