MR GWYN – Alessandro Baricco

Diciotto Caterina de’ Medici, destinate a spegnersi in trentadue giorni: ecco l’arco temporale stabilito da Jasper Gwyn per la creazione di un ritratto. Un ritratto non dipinto, ma scritto.

Il protagonista di questo romanzo di Baricco è, infatti, un copista: definizione che ne identifica l’intento primario e assoluto di usare la parola non per creare la realtà, bensì per riprodurla. Una mimesi che, tuttavia, non è mera trasposizione del dato tangibile, quanto piuttosto sua inedita espressione.

Lungo questo filo sottile che divide autentico e artificioso, reale e immaginario, tuo e mio – e, in ultima analisi, te e me – corre tutto il romanzo, dipanandosi in un’atmosfera sospesa, attenta, condotta un passo dietro l’altro seguendo i tempi assolutamente singolari del protagonista.

Gwyn esce dal flusso della vita in cui tutto il mondo è immerso per crearne uno parallelo, dotato di propri spazi, propri tempi, proprie relazioni. La realtà che prende forma via via nella sua mente viene trasposta con cura, come un’isola in mezzo all’oceano, all’interno della dimensione del reale, creando un contesto nudo – come nudi sono coloro che lo abitano – il cui scopo è, per l’appunto, spogliare ogni persona che vi entra per rivelarne quell’essenza che potrà essere colta dalla parola.

In questo microcosmo di cui Gwyn è il demiurgo i personaggi che egli ritrarrà si aggirano come novelle creature, appena nate al mondo e in cerca di una propria dimensione esistenziale. La loro silenziosa presenza, che si unisce a quella del protagonista, crea l’illusione di poter astrarre se stessi da ogni contesto recuperando la propria natura originaria, che benevolmente il “copista” restituirà, scritta in poche pagine, ad ognuno, donandogli così quell’identità che fino ad allora aveva inutilmente tentato di scoprire.

Il sistema, però, viene paradossalmente reso possibile da una sua interna infrazione, rappresentata da Rebecca, prima donna ritratta da Gwyn, che accetta di essere il filtro silente tra lui stesso e il mondo reale. Si crea così fra i due una relazione su più livelli, alcuni palesi, altri taciuti: a suo modo, una forma d’amore.

Ma l’equilibrio è breve e destinato fin dall’inizio all’incrinatura. Il divario tra mondo reale e mondo “ricreato” da Gwyn sarà colmato, brutalmente e senza remissione, dall’irrompere in quest’ultimo dell’elemento umano, nella sua forma più violenta della morte e del possesso. Tutto andrà perso, tranne un unico, struggente ringraziamento – che nel mondo altro nasce e rimarrà per sempre – per colei che ha saputo mantenere, per quanto possibile, l’illusione del protagonista di una realtà differente.

Il romanzo è magistrale nella creazione dei personaggi principali, che rappresentano le due vie percorribili di fronte al desiderio di un’alternativa all’umanità del mondo. Chiunque abbia sperimentato, almeno per una volta, quel misto di estraneità e senso di sopraffazione che spinge Gwyn ad astrarsi dalla realtà per crearne una propria – più “vera”, essenziale ed assoluta – sa bene quanto esso produca un pericoloso scollamento dalla dimensione comune dell’esistenza.

Questa distanza tra i due universi paralleli vive di un equilibrio sottilissimo: un po’ più in qua e sprofonderemmo nella bassa materialità degli oggetti e delle passioni, un po’ più in là e perderemmo il contatto con ciò che ci rende vivi e presenti al mondo – con il rischio di non poter più tornare indietro. Eppure, in questa costante rottura e ricostruzione di compensazioni reciproche la convivenza tra le due facce della medaglia è possibile, a patto però che si accetti di rimanere “di taglio”, integrando in sé le due possibilità, come dice Rebecca: “Di cosa siamo capaci, pensò. Crescere, amare, fare figli, invecchiare – e tutto questo mentre anche siamo altrove, nel tempo lungo di una risposta non arrivata, o di un gesto non finito“.

Tenere insieme le due realtà richiede tuttavia una coesione interna molto impegnativa, congiunta alla solidità necessaria per accettare, affrontare e superare le ferite emotive che il contatto con il mondo umano comporta: Baricco ci dimostra come, semplicemente, vivere “contaminandosi” con il mondo esterno richieda una forza che non è alla portata di tutti e, soprattutto, non vada automaticamente a braccetto con l’intelligenza necessaria a percepire l’esistenza di un universo alternativo.

Non esistono vie tracciate e condivise verso la verità e la felicità: ognuno costruisce la propria, riconoscendone l’intrinseca imperfezione, passo dopo passo. E tuttavia qualcosa di riconoscibile rimane, elemento unico capace di unire a dispetto di tutto, fil rouge della nostra umanità, essenza assoluta capace di parlare tutti i linguaggi possibili e di farsi capire da chiunque: l’amore. Un amore che non è sentimento romantico, né progetto comune, né similitudine d’alcun tipo, bensì semplice, inalterabile contenuto di un legame che – chissà perché, chissà come – nasce, vive e, in alcuni casi, sopravvive ad ognuno di noi.

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