La spirale del tempo

Che cos’è il tempo?

No, non voglio fare veramente questa domanda né a me né a voi (o almeno, non oggi), a meno che non abbiate – per l’appunto – qualche millennio di tempo per iniziare almeno ad impostare la questione.

Il fatto è che nessuno di noi può definire il tempo in modo compiuto: è qualcosa di impossibile in sé.

Però possiamo ragionare su ciò che attraverso il tempo si snoda, ossia la nostra esistenza.

In quanto esseri la cui vita ha un inizio e una fine, per definire la nostra esistenza all’interno del tempo dovremmo poterla osservare complessivamente a posteriori, cioè dopo la nostra morte – il che è quantomeno difficile, forse impossibile.

Del resto, non importa: a chi servirebbe poter definire la propria parabola esistenziale una volta che la vita è finita?
Ciò che ci interessa è, piuttosto, sviluppare una concezione consapevole del nostro tempo proprio mentre esso si dipana.

Solo che abbiamo appena detto che non si può fare.
Quindi?
Quindi rinunciamo alle definizione chiuse e individuiamo piuttosto quelle aperte – ossia, come si direbbe in economia e in statistica, il nostro trend.

E qui ci viene in aiuto la geometria. Pensavate che non ci fosse nulla di più distante dalla filosofia? Sbagliato.

La nostra mente ragiona spesso per simboli grafici, molti dei quali geometrici.
Nel caso del tempo, ne abbiamo tre: la linea, la circonferenza e la spirale.

La linea simboleggia il tempo che procede sempre in avanti.
In fisica ciò è espresso dal concetto di entropia, che è definibile, in termini semplici, come la misura della quantità di disordine di un sistema. In un sistema isolato (come potrebbe essere l’Universo, per quel che ne sappiamo), ad ogni trasformazione reale (e quindi irreversibile) una certa quantità di energia del sistema si converte in una forma di energia inutilizzabile, quindi l’entropia aumenta.
Ma ci sono modi più semplici per rappresentare questo concetto: ognuno di noi ha un inizio e una fine, tra le quali avanza senza poter mai tornare indietro. Il nostro tempo di vita individuale appare quindi come lineare, dal punto A (nascita) al punto B (morte): A → B.
Del resto, come affermò il filosofo greco Eraclito (almeno, secondo quanto riporta Platone), “tutto scorre” (πάντα ῥεῖ) e “non ci si può bagnare due volte nello stesso fiume”.

La circonferenza rappresenta invece il tempo circolare, cioè quello che si ripete uguale a se stesso, virtualmente all’infinito.
È il tempo di buona parte dell’antichità (anche filosofica): il tempo della physis (in greco, φύσις), cioè della natura attraverso la quale si replica il ciclo delle stagioni; è anche il tempo dell’essere vivente e dell’uomo in particolare: “polvere tu sei e polvere ritornerai” (Genesi, 3, 19).
In filosofia, l’espressione forse più famosa di questa concezione si ritrova nell’“eterno ritorno” di Nietzsche (ma niente paura, non la approfondiremo qui: ci basta il suo nome, già di per sé eloquente).
Il tempo circolare si presenta quindi come un tempo sovra-umano, cioè che descrive un andamento superiore a quello della vita dell’uomo, che invece – come abbiamo detto poco fa – ci appare in forma lineare.

A posto così, dunque, possiamo andare?
Niente affatto.

Perché ognuno di noi, a pensarci bene, riconosce all’interno della propria linea temporale la presenza di molte circonferenze diverse.
Sono i nostri “cicli di vita”, ossia quei periodi della nostra esistenza che, benché essa proceda sempre in avanti, dentro di noi si aprono e si chiudono – o meglio: si concludono – e, così facendo, ci danno una sensazione di compiutezza.

Una relazione conclusa è cerchio che si chiude.
Un percorso di studi giunto al termine è un cerchio che si chiude.
Quando si va in pensione, il cerchio della vita lavorativa si chiude – magari dopo aver visto, al suo interno, aprirsi e chiudersi altri cerchi, corrispondenti ognuno a un’esperienza professionale diversa, come del resto capita anche in tutti gli altri ambiti.

Ma se la nostra vita è sia lineare che circolare, com’è possibile che linea e circonferenza non si contraddicano?
Che forma dovrebbe avere il nostro tempo?

Per rispondere dobbiamo guardarlo più da vicino… di più… ancora di più… ecco! Vedete? In realtà, quella circonferenza non è proprio chiusa, e neanche quell’altra: sono tutte semichiuse, ma non incomplete; se le guardiamo dall’alto ci sembrano bidimensionali e concluse, ma se ci affianchiamo ad esse è evidente che si tratta solo di un errore di prospettiva, perché il punto di congiunzione della circonferenza, quello in cui inizio e fine si sovrappongono, è in realtà sfalsato, così:

 

E tuttavia, se ci allontaniamo ancora un po’, facciamo una scoperta  sorprendente: davanti ai nostri occhi non abbiamo un fusillo…

… bensì una spirale ascendente:

Dunque il nostro tempo esistenziale non è né propriamente lineare né propriamente circolare, bensì ricorsivo.

La ricorsività è un concetto trasversale a molte discipline, dalla matematica alla grammatica, passando ovviamente per la filosofia.

La sua definizione più semplice è proprio quella matematica: si parla di “ricorsività” a proposito di una successione di funzioni, ognuna delle quali si ricava dalla precedente.

Allo stesso modo, ogni passaggio della nostra vita deriva dal precedente, che deriva dal precedente, che deriva dal precedente… e così via.

Questo fa di noi non una collezione di eventi, ma una storia, che dal punto di vista del senso diventa una narrazione, ossia un racconto di noi stessi orientato verso una méta.

La nostra esistenza si snoda coniugando continuità e cambiamento: siamo sempre uguali a noi stessi – e questo ci è evidente, perché diversamente non ci riconosceremmo e saremmo privi di identità – ma percorriamo strade sempre nuove, in ampliamento.

A che cosa ci serve sapere tutto questo?

A ricordarci che, quando pensiamo di essere intrappolati nelle stesse dinamiche di sempre, quando sentiamo che qualcosa in noi si ripete (magari dolorosamente), quando abbiamo la sensazione che ci sia stata sottratta la libertà di determinare la nostra esistenza, è sufficiente un cambio di prospettiva per renderci conto che la nostra percezione di schiavitù è un’illusione.

 

 

Non siamo criceti su una ruota.
Siamo meravigliose successioni di Fibonacci!

 

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