Quanto è difficile essere facile?

Recentemente mi sono imbattuta in un articolo (che potete leggere qui) sui bias cognitivi che inibiscono l’applicazione delle corrette strategie di problem solving a quesiti statistici.
Il tema non è nuovo: esistono molti studi in proposito, anche perché diverse figure professionali – ad esempio, i medici – basano una parte significativa della loro pratica su una corretta interpretazione dei dati statistici.

Il concetto chiave di tutto l’articolo è questo: se si presenta un problema statistico in forma probabilistica, coloro che non si intendono di calcolo delle probabilità difficilmente riusciranno a risolverlo.
Tuttavia, lo stesso problema presentato sotto forma di frequenze naturali  (cioè con dati simili a quelli dall’esperienza quotidiana) risulta molto più comprensibile, tanto che in questo modo un quarto di coloro che non sapevano risolverlo in forma probabilistica riesce invece a giungere al risultato corretto.

 

Ora, vi chiederete: che c’entra la statistica con la filosofia, e con il counseling filosofico in particolare?

C’entra moltissimo!

 

L’articolo sulla statistica dimostra infatti come un problema che sembra incomprensibile in forma astratta diventi invece risolvibile se presentato tramite rappresentazioni più concrete: la stessa cosa che accade con la filosofia.

Chi non ha familiarità con il modo in cui i concetti filosofici sono abitualmente espressi, infatti, spesso li percepisce come totalmente astrusi – frasi senza senso o poco più; se però gli stessi concetti sono espressi in una forma diversa – non solo più comprensibile, ma anche più affine alla nostra realtà quotidiana – ecco allora che sembrano improvvisamente chiari.

Si tratta solo di “tradurre” in parole semplici gli scritti dei filosofi, quindi?
Non proprio.
Perché ciò che conta non sono tanto i termini che si usano, bensì il fatto che essi richiamino qualcosa che appartiene alla nostra vita.

In fondo, tutti i testi filosofici sono stati scritti da uomini come noi, il cui pensiero nasceva dalla vita, proprio come il nostro. Occorre dunque concedere a ogni testo filosofico – per quanto astruso possa sembrare – il beneficio del dubbio e, se serve, farselo “tradurre” e spiegare da chi ha familiarità con il suo linguaggio: in questo modo la filosofia restituirà tesori che parleranno alla nostra vita, al nostro pensiero, ai nostri interrogativi, alle nostre visioni del mondo – parleranno con noi, ma anche di noi, ossia sapranno dare voce a ciò che nella nostra mente non sarà ancora abbastanza formato o abbastanza chiaro.

Ma c’è di più.

I ricercatori dell’articolo sulla statistica si sono chiesti perché, avendo a disposizione i dati in forma di “frequenza naturale” (ossia comprensibili), tre quarti dei soggetti non fossero comunque stati in grado di risolvere i problemi proposti.

La risposta è stata sorprendente: non ci erano riusciti perché avevano convertito le frequenza naturali in… espressioni probabilistiche!
Ma perché l’avevano fatto, se erano proprio le espressioni probabilistiche a creare difficoltà?

Perché sembravano le uniche adatte: ossia, i dati presentati in forma “quotidiana” non apparivano formalmente “corretti” (benché lo fossero).

Si tratta di un altro interessante bias cognitivo, che potremmo riassumere così: “La statistica è una scienza astratta e molto difficile, perciò l’unica forma corretta in cui può essere espressa è astratta e molto difficile”.

Questo è il rovescio della medaglia del problema analizzato in precedenza: se da un lato pensiamo che le formule astratte, universali, non abbiano niente a che vedere con la realtà concreta, dall’altro tendiamo infatti a considerare quest’ultima come una forma deteriore, imprecisa o decisamente errata del concetto espresso in modo più formale.

Parlando di filosofia, la nostra esperienza quotidiana ci sembra spesso troppo semplice (e, se proviamo a raccontarla, troppo approssimativa) per essere “filosofica”.

Invece non solo non è così – perché la filosofia sorge dalla vita, è riflessione sull’esperienza, è pensiero di esseri umani -, ma in essa c’è anche un elemento in più, che non deve assolutamente andare perduto: la ricchezza della variabilità individuale, per cui ogni concetto trova non una sola, bensì infinite varianti espressive.

Se ogni concetto ammettesse una sola definizione in una sola espressione formalmente corretta, infatti, non avremmo a che fare con la filosofia, ma con la matematica.

Non separiamo il pensiero dalla vita, quindi, sia quando leggiamo quello altrui, sia quando lo creiamo noi stessi.

Facciamo invece filosofia senza paura: perché essa stessa, come l’esistenza, è una faccenda per coraggiosi.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.