Vivere in difesa

pauraChi di noi non ha mai avuto paura di qualcosa?

Nessuno: la paura è una delle emozioni fondamentali ed è naturale provarla.

Certo, spesso è fastidiosa: ci crea un malessere di varia entità, ostacola l’azione, può obnubilare la mente fino a impedirci di pensare a qualsiasi altra cosa.

Tuttavia la paura è anche un tratto positivo, evoluzionisticamente selezionato per consentirci di autoproteggerci di fronte a situazioni che potrebbero minacciare la nostra incolumità fisica e psichica.

Molti sono gli oggetti e gli eventi in grado di indurre in noi la paura e altrettanti sono i tipi stessi di paura: ad esempio possiamo avere paura di un serpente velenoso così come di una grave malattia, perché mettono a repentaglio la nostra sopravvivenza; ma la seconda può farci paura anche per motivi più sottili, cioè perché modifica la nostra identità e la nostra visione del mondo (saremo gli stessi, dopo la malattia? La nostra esistenza avrà lo stesso senso di prima?).

Ci sono anche paure miste ad altri sentimenti: chi non conosce quella che si associa alle emozioni adrenaliniche suscitate da un film horror o da un giro sulle montagne russe?
In questi casi vogliamo sperimentare la paura, perché ci consente di sentirci particolarmente vivi per un breve periodo – qualche secondo, un paio d’ore – senza che a ciò corrisponda una minaccia reale.

Ma ci sono casi in cui la paura diventa pervasiva e arriva a dominare pressoché tutta la vita: allora non si ha più paura di qualcosa, ma si vive nella paura di tutto.

Il giudizio sulla realtà e sugli altri si distorce: non si sa più di chi fidarsi e anche gli eventi più semplici – addirittura quelli quotidiani – diventano fonte di apprensione, oppure si trovano possibili motivi di timore in oggetti ed eventi che non avrebbero motivo di suscitarli (e spesso ci si sente dire dagli altri che si è esagerati).

Questo tipo di condizione ha sicuramente importanti aspetti di pertinenza psicologica, che qui però non indagheremo: vediamo invece come si può usare filosoficamente il pensiero razionale allo scopo di modificare il proprio modo di vedere il mondo, così da non vivere più “in difesa”.

Un famoso aforisma, di volta in volta attribuito a vari autori (Oscar Wilde, Elbert Hubbard, Robert Oppenheimer…) recita:
Non prendete la vita troppo sul serio: comunque vada, non ne uscirete vivi.

E in effetti, anche se può sembrare paradossale, superare la paura di essere vivi inizia proprio da qui.
Prendere consapevolezza del fatto che, per quanto si possa evitare scrupolosamente qualsiasi rischio per tutta la vita, alla fine arriverà quello più grande e inevitabile – cioè la morte – a ben vedere ci consente di realizzare che non siamo al sicuro per nostra stessa natura.

La morte è quindi paradigmatica del fatto che essere vivi comporti una quota di rischio fisiologico.

Anche le azioni quotidiane ci espongono a un rischio: potremmo avere un incidente d’auto mentre andiamo al lavoro, oppure soffocare per un boccone andato di traverso, o ancora cadere e romperci un osso (o peggio). Vivendo in un mondo (purtroppo) inquinato, inoltre, ad ogni respiro inaliamo qualcosa di potenzialmente pericoloso.

Possiamo eliminare questi rischi dalla nostra vita? No, perché significherebbe smettere di fare qualsiasi cosa… addirittura di alimentarci o di respirare!

Questo ci dimostra che non solo esiste un rischio inevitabile finale, che è la morte, ma anche rischi inevitabili nel corso della vita.

A questo punto, l’elaborazione del concetto di rischio ci ha condotti a fare i conti con il fatto che non possiamo mai considerarci del tutto al sicuro, fintantoché siamo vivi.

Facciamo dunque un passo in più: posto che ci sono rischi per evitare i quali ci paralizzeremmo totalmente, rinunciando quindi alla nostra esistenza, vale la pena di avere paura di essi? La risposta è: non abbastanza da impedirci di vivere con spontaneità e gioia. Perché se andassi a pranzo con un amico e pensassi per tutto il tempo alla possibilità che un boccone mi vada di traverso, starei sacrificando questo momento della mia vita (e del mio piacere di stare al mondo) alla paura.

A questo punto seguiamo il filo logico: cosa succederebbe se, oltre ai rischi che abbiamo definito come fisiologici, se ne vedessero molti altri in qualunque cosa, anche nelle più innocue, fino a individuarne in ogni azione ed evento della propria vita quotidiana?

Semplice: si sacrificherebbe alla paura tutta la vita, ossia la paura diventerebbe una condizione esistenziale.

Ora siamo dunque consapevoli di alcuni fondamentali riguardanti il rischio e la paura.
Ricapitoliamoli:

  • esistono, nella vita, rischi insiti nel fatto stesso di essere vivi (e quindi vulnerabili e mortali);
  • concentrarsi su questi rischi significa sacrificare la propria vita sull’altare della paura;
  • se questo meccanismo si estende ad ogni aspetto dell’esistenza o quasi, a causa della generazione di timori ingiustificati per ogni cosa, paradossalmente si finisce per smettere di vivere proprio nell’intento di preservare la vita stessa.

Come gestire, dunque, rischi e paure?

Usando la logica, che è una delle parti fondamentali della filosofia, e la razionalità (ricordando che, se proprio risultasse impossibile, sarebbe bene considerare un aiuto di tipo psicologico), e quindi:

  1. applicando il pensiero razionale allo scopo di distinguere i rischi reali da quelli immaginari o troppo improbabili per essere presi in considerazione. Ad esempio, attraversare la strada senza guardare mi espone ad un rischio reale; ma essere sbranata da un rinoceronte mentre cucino le polpette al decimo piano della mia casa di Milano è obiettivamente un rischio immaginario, mentre essere colpita da un fulmine se esco in un giorno di pioggia è estremamente improbabile;
  2. distinguendo, tra i rischi reali, quelli veramente importanti. Se sono allergico alle noci e ne mangio una può venirmi uno shock anafilattico (rischio importante); se invece esco di casa in ritardo per andare al cinema potrei arrivare a film già iniziato (rischio non importante);
  3. prendendo provvedimenti sensati contro i rischi che lo meritano: “studi scientifici dimostrano che”… se volete rimanere vivi non è saggio guidare contromano in autostrada!
    Il buon senso ci dice infatti che ogni rischio reale, prevedibile e importante dovrebbe essere evitato, ed è saggio seguirlo;
  4. non dannandoci per i rischi non importanti, anche se potrebbero essere evitati. Ciò non significa disinteressarsi del loro accadere, bensì metterli in prospettiva: se al ristorante ordino un piatto che non conosco e poi scopro che non mi piace, pazienza: la prossima volta ne ordinerò un altro. D’altronde, per evitare questo rischio dovrei rinunciare ad andare al ristorante, oppure mangiare sempre le solite cose – e sarebbe un vero peccato.

Il senso finale, infatti, è proprio questo: passare la propria vita a rinunciare, a vivere in difesa, a proteggersi dalla paura di cose che spaventose non sono, è un vero peccato, uno spreco.

Abbiamo (pare) un’esistenza sola e trascorrerla tutta all’interno di una calda ma soffocante zona di comfort significa farne una gabbia dorata.

Ben venga, dunque, la paura, ma solo per ciò che davvero la merita; per tutto il resto, c’è il coraggio di essere vivi!

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