Il valore del limite

superare ostacolo, no limits“No limits”, recitava il payoff di una famosa marca di orologi.

Nessun limite: la misura dell’azione coincide con quella della volontà di compierla.

Chi di noi non ha mai avuto questo desiderio? In fondo, si tratta di qualcosa di molto (forse “troppo”) umano.

Ogni limite pone un freno a qualcosa che vorremmo essere o fare, stabilendo un confine universale (nessun essere umano può essere alto quattro metri, né correre a 100 km/h) o individuale (io, personalmente, non posso essere alta 1.80 m, né correre a 20 km/h).

La cultura occidentale contemporanea considera i limiti prevalentemente come qualcosa da superare, cancellare, aggirare o, in mancanza di alternative, addirittura negare.
Figli di centocinquant’anni di progresso tecnologico a marce forzate, che ci hanno indotti a credere che niente sia impossibile, non tolleriamo più di essere finiti.

Limite alternativeEppure i limiti esistono, ed essere “finiti” nel senso di limitati non significa necessariamente esserlo nel senso dell’aver esaurito le proprie possibilità.

Può dunque il limite essere positivo e utile? Certamente sì.

Innanzitutto l’incontro col limite può stimolare un miglioramento adatto a superarlo, oppure suggerire alternative altrettanto (o anche più) valide.
A volte, infatti,  il limite serve a mostrarci che abbiamo imboccato una strada sbagliata o non coerente con ciò che siamo e desideriamo; oppure, un limite insuperabile potrebbe costringerci a rivedere i nostri piani formulandoli in un modo nuovo e migliore, come invece non avremmo fatto se non vi fossimo stati costretti.

limite guardare oltreInoltre, il limite consente di operare un cambio di prospettiva: ciò che siamo o facciamo al di qua del limite, come apparirebbe se visto dalla parte opposta? Supponiamo di poter essere oltre il nostro confine e di poter guardare noi stessi in questa direzione: ciò che vedremmo ci soddisferebbe? Siamo veramente, oggi, ciò che vorremo essere stati un domani, una volta superato lo sbarramento che ci si para davanti?
Capita a tutti di pensare o agire senza considerare come noi stessi potremmo valutare le nostre scelte, a posteriori; il limite, se ben usato, ci consente invece di porci in una condizione immaginaria ideale per rendere trasparente l’ostacolo del tempo e dare un giudizio utile sul nostro operato presente.

superare ostacolo muroNon solo: il limite ci consente anche di compiere l’operazione opposta, ossia di osservare con attenzione e consapevolezza massime ciò che c’è al di là di esso. Più spesso di quanto immaginiamo, infatti, il limite arriva a riempire tutto il nostro orizzonte: la cosa più importante non è più, allora, il raggiungimento di ciò che il limite ci impedisce di avere (o essere), ma il superare il limite in sé, indipendentemente da ciò da cui esso ci divide.
Questo slittamento può avvenire in modo inconsapevole, man mano che il tempo passa e che il limite si fa più importante o si carica emotivamente: allora ciò che importa diventa solo il poter dimostrare a noi stessi di non avere restrizioni, di non essere “finiti”.
Ma il limite è – anche etimologicamente – una linea tracciata sul terreno, e non un muro oltre il quale è impossibile gettare lo sguardo: dobbiamo ricordarci, quindi, che inizialmente il nostro desiderio si appuntava su ciò che il limite stesso ci impediva di ottenere e non sull’ostacolo in sé, e in base a stop, mortequesto progettare le nostre scelte.

I casi in cui il limite pervade tutta la prospettiva, prendendo come importanza il posto delI’obiettivo da cui ci divide, ci insegnano qualcosa di fondamentale sull’animo umano: c’è infatti un limite estremo, ossia quello della morte, che non possiamo superare né ignorare, che non può essere trasparente e non ci consente una visione retrospettiva.

Come lo superiamo?

In nessun modo.

Possiamo renderci totalmente consapevoli della morte, come dice Heidegger (essa, da evento universale e spersonalizzato, diventa allora la mia morte, quella che pone fine alla mia esistenza, quella che riguarda solo me e nessun altro, che io assumo, affronto, accetto), ma non possiamo in alcun modo modificarla, né tantomeno eliminarla.

limite misura identitàDel resto la morte è il paradigma della nostra finitezza, altrettanto ineliminabile: avere confini è intrinseco all’umano; tutta la nostra esistenza, infatti, si parametra su qualcosa, assumendo una misura, e per poter stabilire una misura occorre avere un limite.

Ed ecco allora che il limite, da sottrattore del senso, ne diventa donatore: esso non è solo una serie di negazioni di possibilità, bensì anche una garanzia di affermazione di ciò che possiamo pensare, desiderare, fare.
Il limite ci dà il riferimento necessario per sapere dove ci collochiamo esistenzialmente in ogni momento, in quale direzione possiamo andare, fin dove possiamo arrivare, quali ostacoli dobbiamo superare; ci dice dove finiamo noi e dove inizia il resto dell’esistente; ci consente di vedere la nostra esistenza come un progetto armonico di parti proporzionate, e non come un’opera sempre incompiuta; ci definisce in senso umano, ci dice cosa sì e cosa no, perché e perché no.

Il limite – ogni limite -, che sia superabile o meno, è una sponda esistenziale per mantenerci nel solco della ricerca di significato.
È come il confine rappresentato dalla nostra stessa pelle: senza, non avremmo forma e non potremmo essere vivi.

Non supereremo mai il nostro desiderio di essere illimitati, ed è un bene, perché esso ci spinge avanti; ma contemporaneamente non dobbiamo finire per esserne schiavi, tanto da negare la nostra natura di creature finite e a diventare ciechi nei confronti della riflessione su ciò che questa finitezza rappresenta per il senso della nostra esistenza.

Equilibrio difficile tra due istanze opposte; ma siamo qui per questo.

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