Vincere il perfezionismo: qual è il contrario di assoluto?

Avete mai sentito l’affermazione proverbiale: “Il meglio è nemico del bene”?

Il suo significato è chiaro: inseguire una futura prestazione migliore ci fa perdere di vista quella buona già raggiunta. Portato all’estremo, questo atteggiamento induce a non accontentarci mai, a tendere continuamente verso un ideale di perfezione per sua natura irraggiungibile.

Ma cosa c’è di male in questo? Non è pur vero, infatti, che anche “Il bene è nemico del meglio” e che quindi dobbiamo cercare di migliorarci sempre?

Ebbene, partiamo proprio da questa ultima affermazione per fare due riflessioni:

1. “meglio” è un concetto incrementale, in cui ogni step è definito in relazione al precedente. Ogni risultato può quindi essere ulteriormente migliorato, in teoria all’infinito… ossia finché il “meglio” si trasforma nella “perfezione”, che è un assoluto (in sé, per l’appunto, contemporaneamente infinito e definitivo). Questa trasformazione rende l’incremento quantitativo dei vari “meglio” un cambiamento qualitativo nel “perfetto” e questo cambio di paradigma fa tutta la differenza. Se il “meglio” resta – almeno teoricamente – attingibile, infatti, il “perfetto” per definizione non lo è. Non si può essere perfetti: non è nelle nostre possibilità di esseri umani. Quindi perseguire il meglio ha senso solo entro i limiti del possibile, ossia senza sconfinare nel desiderio della perfezione.

2. Non sempre il meglio è la condizione ideale. Facciamo un esempio un po’ particolare, ma che possa rendere bene l’idea: mentre passeggiamo costeggiando una recinzione oltre la quale corre la ferrovia, ci accorgiamo che una persona è rimasta incastrata con un piede nei binari. Il treno sta arrivando: se non la aiutiamo a svincolarsi, la travolgerà! Dobbiamo darle una mano, ma aggirare la recinzione è troppo lungo: occorre scavalcarla. Cosa faremo? Salteremo al di là il più velocemente possibile o ci fermeremo a valutare se sia più opportuno adottare lo stile a sforbiciata, a scavalcamento ventrale o Fosbury (magari ripetendo più volte il salto, finché ci riesce perfettamente)? È evidente che vi siano momenti in cui fare le cose al meglio possibile non è la priorità – o quantomeno non lo è per un certo genere di cose e in quel dato momento: se dobbiamo salvare una persona che sta per essere travolta da un treno non sarà certo il momento adatto per sfoggiare la nostra prestazione migliore nello stile del salto, ma sicuramente sarà l’occasione giusta per dare il massimo nella capacità di salvare vite!

Riassumendo: migliorarci sempre è una buona cosa, ma solo se è realisticamente possibile farlo e solo per l’azione giusta in quel dato momento.

Esiste poi una terza, importantissima considerazione:

3. nella nostra smania di migliorare, dobbiamo sempre chiederci se ne valga la pena.

Questo concetto è centrale nel discorso sul perfezionismo: vale la pena di perdere un pomeriggio in compagnia dei nostri figli per pulire a specchio la casa? Vale la pena di lavorare tutte le sere fino a tardi, sacrificando le nostre passioni e le nostre relazioni personali? Vale la pena di riscrivere questo articolo più e più volte, per tre o quattro ore di fila, fino ad averlo limato il più possibile (ma senza avervi aggiunto alcun significato né alcuna ulteriore efficacia), perdendo ore di sonno prezioso?

Il tempo di vita, purtroppo, non è infinito è la proporzione tra mezzi e fini è un concetto tutt’altro che astratto, da tenere sempre presente.

Vale la pena, dunque, di inseguire la perfezione? Già solo per la prima riflessione citata no, dato che è irraggiungibile.

Tuttavia, vale la pena di tendere ad essa, almeno per gli ambiti che ciascuno di noi ritiene più importanti nella propria esistenza: non seguendo l’illusione (e il bisogno interiore) di raggiungerla, però, bensì guardando alla perfezione come orizzonte ultimo, come aggancio che tenga teso il filo del nostro miglioramento. La perfezione non deve mai essere un obiettivo, ma un faro che illumini a ritroso la nostra via; la tensione al miglioramento non ci deve togliere più di quanto ci dia, né privarci della libertà e della saggezza necessarie per capire quando ci dobbiamo fermare nella nostra scalata al meglio.

Accettiamo dunque il fatto che la nostra stessa dimensione umana ci riconduca sempre a uno stato di imperfezione e che questa imperfezione, lungi dall’essere difettiva, sia il presupposto fondamentale del movimento della vita: ciò che è perfetto, infatti, è arrivato alla méta, ha terminato il suo viaggio, ha compiuto il suo percorso vitale. L’imperfetto, invece, ha ancora molta strada davanti – e magari anche a destra, a sinistra, sopra e sotto.

Se poi tutto quanto detto finora non bastasse, siamo chiamati a farcene una ragione in termini puramente logici: essere tentati dalla perfezione è sintomo della nostra stessa intrinseca imperfezione. Se fossimo perfetti, infatti, non tenderemmo ad altro e non desidereremmo di più.

Facciamo quindi pace con la nostra condizione di “non perfetti” e impariamo a goderne, senza usarla come giustificazione per fare o dare di meno, ma apprezzandola come un buon cibo. Perché, a volte, la cosa migliore da fare è proprio smettere di correre verso il risultato futuro per goderci invece la nostra piacevole passeggiata nel presente.

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