Facebook, una spy story

Da poche ore, anche in Italia Facebook consente ai membri dei suoi gruppi di sapere da chi e quando i contenuti pubblicati al loro interno sono stati visualizzati: una funzione che segue quella analoga introdotta per Facebook Messenger, la quale già aveva destato perplessità e critiche.

Strumenti utili o spie?

Queste nuove funzionalità sono percepite dagli utenti in modo contrastante: per alcuni si tratta di strumenti utili, che consentono di potenziare la comunicazione e l’engagement (e, se si è amministratori di un gruppo, di monitorarne gli accessi), mentre per altri tolgono all’utente quel poco di privacy che ancora gli rimaneva.

In effetti è facile immaginare come simili informazioni possano influenzare le relazioni: la mancata risposta ad un messaggio o la mancata reazione all’interno di un gruppo potevano essere considerate, fino ad oggi, come semplice conseguenza dell’assenza di informazione; una volta che si sappia per certo che quest’informazione è stata ricevuta, invece, l’interpretazione di tali comportamenti può assumere colorazioni quanto mai varie e scatenare a sua volta controreazioni non sempre giustificate.

La nostra privacy nel social web

Di fronte a questi fenomeni viene spontaneo chiedersi se ci sia ancora una privacy da salvare per le nostre identità digitali.

Non confidiamo forse già tutto – o quasi – alla Rete? Oggettivamente, la risposta è “sì”: sono ben pochi i dati che si salvano in questo riversamento nel Web di noi stessi. E quindi, forse, è inutile allarmarsi per un dettaglio in più… o forse no.

Si tratta infatti di un dettaglio importante, poiché non tocca le informazioni che noi stessi forniamo tramite i canali sociali, bensì le relazioni che tramite essi costruiamo.

Fornire notifiche sulla visualizzazione dei messaggi e dei post, aprendo la porta a interpretazioni dei nostri interlocutori in merito, ha infatti a che vedere non con “chi siamo”, ma con il modo in cui ci comportiamo. Dall’identità il focus si sposta sull’interazione, entrando quindi in un’area finora relativamente protetta: siamo abituati, infatti, a sentirci richiedere il consenso per l’acquisizione dei nostri dati, ma non per il monitoraggio del nostro comportamento.

Un piccolo slittamento che fa tutta la differenza.

Mossa controproducente o astuta strategia? Sicuramente…

… la seconda.

Provate a immaginarvi nella situazione (se ancora non vi ci siete trovati): un vostro contatto sa che avete letto un suo messaggio, ma vede che non avete ancora risposto. Che cosa penserà? Forse sa che non potete digitare dalla poltrona del dentista sulla quale in questo momento state subendo indicibili torture, ma forse no: in questo secondo caso è probabile che si domandi se la vostra mancata risposta sia un involontario segno di disinteresse, o magari intenzionale comunicazione dello stesso, o ancora indice di “qualcosa da nascondere”.

Ecco dunque che un’interazione in sé non problematica viene resa tale da ciò che sempre fa la differenza per l’uomo, non solo nelle relazioni ma in assoluto: sapere come stanno le cose… ma non sapere perché.

E in una società in cui l’immagine comunitaria e le relazioni sono tutto, di certo non si desidera compromettere le proprie lasciando il campo libero a interpretazioni negative sul proprio conto: per evitare che accada, è prevedibile che in una situazione come quella in cui Facebook ci pone ci sentiremo portati a rispondere e a interagire prontamente con i nostri interlocutori pubblici e privati. E nel contempo, presumibilmente, ce ne lamenteremo.

Cos’ha dunque da guadagnare Facebook, da un simile strumento? Tutto, poiché, essendo un social network, vive delle relazioni che gli utenti instaurano e mantengono fra di loro. La pressione sociale legata al meccanismo relazionale appena delineato mira infatti ad alimentare il motore del sistema, cioè il social network stesso: Facebook si nutre di ciò che i suoi utenti non possono fare a meno di dare.

Don’t panic!

Tiriamo quindi le fila del discorso. Come siamo arrivati fin qui? Che cosa ci spinge a comportarci in modo così irrefrenabilmente e prevedibilmente reattivo a un semplice “strumento” qual è un social network?

La risposta è insita nel forte valore emotivo che caratterizza la spinta a salvaguardare le nostre relazioni: sentiamo il bisogno di tutelarle e coltivarle, perché, a dispetto della loro presunta virtualità, costituiscono il nostro collegamento con il mondo, la nostra rete di contatti umani, e ancor prima la nostra immagine – quella che offriamo agli altri e quella che abbiamo di noi stessi.

La soluzione sta, allora, nell’uscire per un attimo dal contesto del problema per ripensare questa sovrapposizione tra immagine sociale e identità. Siamo animali sociali: una realtà non certo prodotta dai social network, anche se da essi molto amplificata. L’importante è saper evitare che le nostre relazioni diventino la sostanza di ciò che siamo, scalzandoci dal nostro centro.

Chiediamoci se sia davvero così importante far mostra di essere presenti sempre, tutelare il nostro “io” sociale presidiandolo a scapito delle altre dimensioni di noi stessi. Abbiamo davvero un margine di manovra così limitato? Se non coltiveremo ossessivamente le nostre relazioni, ma daremo loro un po’ di respiro, davvero la nostra identità andrà in pezzi?

Se la risposta è “sì”, forse occorre ripensare al fondamento della propria identità, prima che ai rapporti interpersonali: portiamo noi stessi nei social network, ma non lasciamo che siano essi a dirci chi siamo.

 

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