Web e identità – 2: La Rete siamo noi

Eccoci giunti alla seconda parte del problema relativo all’identità legata al web (se ti sei perso la prima parte, la puoi ritrovare qui).

2. Da dove nasce la nostra identità?

Come abbiamo detto nella prima tranche della discussione, l’identità deriva sia dalla percezione che abbiamo di noi stessi sia dall’immagine di noi che ci viene restituita dagli altri.

Finché ha vissuto in contesti spazio-temporali e sociali limitati, infatti (cioè fino all’avvento dei mezzi di comunicazione di massa e allo scardinamento delle società tradizionali, pur con tutta l’approssimazione che tali definizioni comportano), l’uomo ha avuto riferimenti precisi per la definizione della propria identità: il contesto socioculturale ti diceva chi eri già al momento della nascita, ed erano ben poche le possibilità di venire a conoscenza di alternative (e ancor meno, ovviamente, di praticarle).

L’abbattimento dei confini dovuto alla possibilità di superare grandi distanze grazie ai nuovi mezzi di trasporto e ai nuovi veicoli di informazione, unitamente al superamento delle barriere sociali e culturali, ha fatto sì che l’identità diventasse passibile di decostruzione e ricostruzione – anche più e più volte per uno stesso individuo, nel corso della vita.

Fino ad un certo punto, però, la fonte dell’identità è rimasta la realtà “tangibile”, ossiaconnessioni direttamente riflessa nelle strutture societarie e culturali. La diffusione massiva dell’accesso al web e soprattutto ai social network, però, ha cambiato le carte in tavola, affiancando all’identità reale quella digitale, che oggi sembra addirittura soppiantare la prima. Perché?

Un’analisi attenta deve tenere conto dei fattori concomitanti, senza i quali si traviserebbe la portata di questi cambiamenti: la spinta del marketing e l’omologazione socioculturale. Questi due elementi lavorano da tempo in sinergia, alimentandosi a vicenda e spingendo verso la creazione di una società in cui lo sgretolamento delle vecchie strutture lascia il posto alla generazione di una sorta di “classe unica”, i cui confini temporali sono assai estesi (dalla prima adolescenza fin quasi alla terza età) e le cui caratteristiche, in termini di personalità, di comunicazione, di scelte e di consumi sono sempre più omogenee. Si crea cioè una sorta di “sovrafigura umana”, un modello in cui sempre più persone si riconoscono: fattore vincente per l’ampliamento di mercato dei brand, che in questo modo conquistano un pubblico sempre più vasto.

Per ottenere questo risultato, tuttavia, occorre premere molto sul fattore motivazionale, così da far sì che la spinta centripeta  verso l’uniformazione superi quella centrifuga della differenziazione. Come si ottiene tutto questo? Proponendo un’immagine standardizzata e convincendo le persone che l’adesione ad essa sia condizione imprescindibile per l’integrazione sociale. Ecco quindi che i fattori sociali soverchiano quelli personali nella costruzione dell’identità: un disequilibrio che crea massificazione e che trova il suo veicolo privilegiato nei mezzi che diffondono la nostra immagine pubblica – primo fra tutti, il Web con i social network. Il risultato è la diffusione di sistemi di riconoscimento “universali”, come avviene nel caso dei meme, che abbiamo trattato in questo post.

Le reazioni al fenomeno, che è inizialmente passato inosservato ma sta emergendo piano piano alla consapevolezza, sono le più diverse: c’è chi si adegua senza accorgersene, abdicando sempre più alla quota personale della propria identità, c’è chi accetta la transizione come un male inevitabile, c’è chi rifiuta in toto l’eventualità omologante uscendo (letteralmente) dalla Rete per proteggersi e c’è chi, invece, si mantiene all’interno del web con spirito critico, esercitando un adattamento ove necessario ma preservando sempre la propria autonomia – rimanendo se stesso, in un certo senso (categoria alla quale appartengo).

Essere in grado di gestire queste trasformazioni senza farsene sopraffare, tuttavia, non risolve il problema, dal momento che è grande il numero degli interlocutori che traggono input sulla propria identità dall’immagine che viene restituita loro dal Web, per i quali la sensazione è che siano a rischio di uno scollamento irriducibile tra persona reale e rappresentazione sociale. Un rischio insidioso, peraltro, poiché difficilmente riconoscibile: la partecipazione attiva ai social network, infatti, alimenta un’illusione di controllo che nei fatti è smentita dai risultati.

Che cosa accadrà in futuro? Non possiamo prevederlo. Il fenomeno di omologazione e, con esso, di astrazione dal reale è esponenziale e porta con sé pericoli concreti, con i quali l’umanità non si è mai trovata a fare i conti fino ad oggi. È realistico temere una sorta di “espropriazione” dell’identità, come risultato di un processo che parte dall’omologazione e arriva all’anonimato, alla banalizzazione assoluta, all’isterilimento personale e sociale.

C’è di buono che le coscienze si stanno risvegliano, in proposito: confidiamo quindi in un ribaltamento del sistema. Lo scenario ideale sarebbe rappresentato non da un ritorno ai vecchi schemi, bensì da un’evoluzione nel senso di una maggiore condivisione pur nel rispetto dell’individualità di ognuno. La base di questo, però, è la consapevolezza: quella fa capo a ciascuno di noi, e va esercitata sempre. Al lavoro, quindi!

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