Web e identità – 1: Siamo quello che postiamo?

La prima parola che mi viene in mente, quando si parla di Web in generale e di social network in particolare, è identità. Perché tutti siamo qualcuno: ma questo “qualcuno”, chi è?

La domanda si pone al punto d’incontro di sociologia, filosofia e psicologia che – sempre di più – si rivelano come le vere “scienze del Web”, scalzando le discipline più tecniche.

Dare risposte, peraltro, non è facile, poiché la questione identitaria è molto vasta e in continua evoluzione; tuttavia, è utile analizzarla suddividendola in due diversi filoni tematici: la creazione, scissione e ri-fusione delle identità digitali e la fonte dell’identità stessa.

1. Suddivisione e ricomposizione delle diverse identità digitali

Molti utenti della Rete – forse la maggior parte – usano Internet e i social network per scopi di diversa natura (lavoro, relazioni, svago, acquisti, informazione, ecc.). Le varie funzioni fanno capo a differenti strumenti, di cui influenzano fortemente l’utilizzo. Un esempio di facile comprensione può essere fatto distinguendo quegli spazi in cui l’uso è prevalentemente professionale – un sito istituzionale, una e-mail di lavoro – da quelli in cui, invece, prevale l’elemento personale – il profilo Facebook, ad esempio.

Fino a qualche anno fa questa distinzione si poneva in misura molto minore, poiché la Rete era vista come uno strumento funzionale a qualcosa – come le ricerche – al quale si accedeva mettendo in campo la propria identità in modo ridotto o addirittura nullo.

L’avvento e la crescita esponenziale dei social network, però, hanno dato una sterzata potente a questa concezione unidirezionale (da un lato l’offerta di informazioni o servizi, dall’altro la sua fruizione, in un flusso univoco), rendendo gli utenti del web molto più attivi in prima persona di quanto non accadesse in precedenza. Questa nuova concezione, evidentemente, è venuta incontro a esigenze latenti a livello sociale, che hanno improvvisamente trovato nelle reti tra le persone il loro luogo privilegiato d’espressione e nella dimensione personale la propria cifra distintiva.

Internet diveniva così un punto d’incontro per chi era fisicamente lontano, ma contemporaneamente manteneva, in modo paradossale, una distanza fra gli utenti che, se opportunamente sfruttata, poteva lasciare campo libero alla proposizione creativa della propria identità. Si poteva fingere di essere colui che non si era, ma soprattutto, senza arrivare ad estremi di assoluta incongruenza tra persona reale e persona digitale, si poteva – e in una certa misura si doveva – differenziare la propria presenza in Rete in base al ruolo più adeguato in ogni contesto.

Ogni strumento e ogni social network aveva quindi le sue caratteristiche: Facebook era utilizzato prevalentemente come spazio privato, Twitter come luogo d’incontro pubblico, i blog come mezzo d’approfondimento o di espressione individuale, le caselle e-mail come via di comunicazione segmentabile in più indirizzi a seconda degli interlocutori. La messa in campo di tante differenti realtà ed esigenze richiese un enorme potenziamento degli strumenti atti a difendere una privacy che volevamo poter condividere, sì, ma in modo selettivo.

In tempi relativamente recenti, però, tutto questo insieme ha raggiunto una massa critica che ne ha provocato l’inevitabile trasformazione in un sistema fluido: un processo tuttora in pieno svolgimento.

Le nostre molte identità digitali, infatti, hanno cominciato ad intrecciarsi – così come si sovrapponevano i gruppi dei nostri interlocutori – finché non è stato più possibile tenerle separate oltre una certa soglia minima. Chi frequenta attivamente il Web può constatare il fenomeno su se stesso: Twitter e Facebook sono in progressivo avvicinamento, tramite un superamento della barriera tra pubblico e privato a favore di un omnicomprensivo (e forse più funzionale) “personale”. Il blog diviene luogo di approfondimento di contenuti enunciati nei social network e non più confinati a singoli post; esso comunica sempre di più, inoltre, con la nostra sfera lavorativa, spesso divenendo veicolo principale di ciò che siamo e di ciò che offriamo al mondo. Anche l’utilizzo della rete come fonte d’informazione è sempre più personalizzato, sempre più legato a figure di altri utenti reali in grado di portare con sé un carico non solo di dati, ma anche di fiducia, di aggancio con il reale.

Le nostre identità digitali si vanno quindi via via ricomponendo in una nuova identità globale, che non solo supera i confini tra le precedenti versioni schizofreniche di noi stessi, ma tende anche in misura sempre maggiore a riavvicinarsi alla nostra identità materiale, ossia ciò che siamo “veramente” nella vita concreta.

In questa ricomposizione e riformulazione c’è un effetto di rebound rispetto ad un pericolo di frammentazione eccessiva, ma anche il riflesso di una nuova concezione di sé che è sovraindividuale e appartiene ai nuovi sistemi socioculturali, basati su un’identità che è molto più “pubblica” di un tempo.

A questo punto, però, non possiamo fare a meno di chiederci quale sia questa identità. Ognuno di noi è, infatti, specchio di ciò che pensa di se stesso e di ciò che gli altri pensano di lui: l’identità è un misto di personale e sociale. In quale proporzione questi due elementi si fondono? I social network possono aver incrementato la percentuale di elemento sociale a scapito di quella personale? Quali rischi comporterebbe un trend di questo tipo? Ne parleremo nel prossimo post.

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