La città che respiri

Una distesa di cappelli con la visiera, tutti dello stesso colore, dietro una gentile guida un po’ annoiata che tiene alta una bandierina (mi chiedo sempre come faccia a non formicolarle il braccio). Di che cosa sto parlando?

Ma di Roma, ovviamente. Ci tornerò fra pochi giorni, dopo averla rivista a gennaio – uno sguardo troppo veloce per colmare il vuoto di diciassette anni di assenza.

La mia Roma, però, non è fatta di guide e di gruppi col cappellino. È fatta, come tutte le città che ho visitato, di strade e di vicoli, di uomini e di case, di dettagli che paiono non interessare a nessuno: è la vita di chi ci ha vissuto e di chi ci vive oggi. Quella che non si vede, ma si respira.

Le città, infatti, vanno conosciute come le persone. Hanno un loro carattere, un’essenza, una storia, pregi e difetti. Visitarle da turisti ha una sua utilità, ma spesso finisce per risultare banale e fuorviante: quando entrate in contatto con qualcuno, vi basta forse vederne solo i lati positivi, tutto ciò in cui eccelle e si distingue? Questi sono gli aspetti che colpiscono di più di primo acchito, ma di fatto risultano poco indicativi  della persona. Lo stesso vale per le città: certo, visitarne monumenti, luoghi di grande interesse e musei è importante perché ci rivela qualcosa della loro storia, ma non è tutto.

Di fronte a questa constatazione, i turisti “non omologati” adottano due strategie: alcuni si immergono nella vita non della città, ma dei suoi abitanti (ad esempio, nel caso specifico, cercando “la Roma dei romani”); altri tentano di coglierne le bellezze non immediatamente evidenti, magari cercando angolini suggestivi e poco frequentati da fotografare o ristorantini “tipici” fuori mano.

Così facendo, tuttavia, non si va alla ricerca della città, ma – ancora una volta – dell’immagine che si ha di essa, condita dall’illusione di coglierne la vera natura uscendo dai grandi circuiti turistici.

Esiste però una terza via, che può dare molto di più. È quella che io applico, per l’appunto, alle persone e alle città, e consiste nello svuotare la mente da ciò che la loro immagine porta con sé.

Alla città non faccio domande: aspetto che mi parli spontaneamente e, per ascoltarla, cammino lungo le sue vie. Non cerco nulla, non mi aspetto nulla: solo, procedo per conoscerla. E, passo dopo passo, la scopro, la trovo: la respiro.

Tutto mi piace, dagli angoli più sordidi alle meraviglie più grandiose. A volte vengo catturata da una parola detta per strada, la cui inflessione giunge particolare alle mie orecchie; a volte, invece, mi colpisce l’insegna di un locale sconosciuto, ma rivelatore di un modo di vivere particolare; a volte è uno scorcio, guardando il quale mi dico che sì, coloro che lo vedono ogni giorno non possono essere altro che così. Ma, ancora più spesso, quello che mi piace cogliere – e quello che mi accoglie – è un modo di vivere, quel qualcosa di indefinibile che senti per le strade, tra la gente; lo stile del porsi, dell’offrirsi; un tempo esistenziale più o meno veloce del mio e che con il mio contrasta piacevolmente; i suoni, o la loro assenza; la sensazione che, per moltissime persone, ciò che io percepisco come nuovo e insolito sia invece normale, quotidiano; la meraviglia di poter essere tanto uguale e contemporaneamente tanto diversa da ciò che mi circonda.

Ora capite perché non ci sia differenza, per me, nel modo di entrare in contatto con le città e con le persone: perché così si conoscono anche queste ultime, ascoltando ciò che sono veramente, apprezzandone le somiglianze e le differenze rispetto a noi, per poi entrare in dialogo con loro.

Perché le città, in fondo, non sono altro che l’anima che le persone creano vivendoci.

Abbiamo un appuntamento, Roma ed io. Fra pochi giorni, un treno mi depositerà nel suo cuore, e sarà come rivedersi tra vecchi amici: ci racconteremo di tutti questi anni di lontananza, e ancora una volta la sua eternità camminerà al passo del mio breve viaggio in un incontro straordinariamente infinito, straordinariamente umano.

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