Fotografa una parola…

Se vi chiedessi se è più oggettivo un racconto o una fotografia, cosa mi rispondereste?

La fotografia, ovviamente. E perché? Ma che domande! Perché la macchina fotografica è un oggetto inanimato, che coglie ciò che passa attraverso l’obiettivo senza introdurvi alcuna manipolazione.

E questo non vale anche per la penna? No: la penna rende visibile su carta ciò che è stato concepito nella mente di chi scrive, e che è quindi frutto di una elaborazione alla fonte.

Non fa una piega. Ma vi avviso che, alla fine di questo post, avrete scoperto che si tratta di un’idea errata. Volete sapere perché? State un po’ a vedere (ops: volevo dire “a leggere”!).

Il primo motivo per cui non esiste differenza tra fotografia e scrittura è che dietro la macchina fotografica e la penna c’è un essere umano. Il secondo motivo è che davanti al prodotto della macchina fotografica e della penna c’è un altro essere umano.

Chi pensa, quindi, che la fotografia sia un mezzo di acquisizione e la scrittura un mezzo di espressione ha fatto i conti senza l’oste (anzi, senza due osti!).

La verità è che sia il fotografo sia lo scrittore comunicano un’immagine che proviene dalla loro mente. L’input di partenza può essere esterno per entrambi: ad esempio, un fotografo e uno scrittore possono descrivere mediante il linguaggio o rappresentare iconicamente il medesimo paesaggio. Ma la fonte, ovviamente, può anche essere interna: lo scrittore può esprimere a parole qualcosa che non esiste al di fuori di sé, ma anche il fotografo può trovare in uno scatto la rappresentazione esterna di un sentimento o di un concetto generatosi interiormente.

A questo punto, l’input iniziale – la cui natura, come abbiamo appena visto, è sempre soggettiva – si incontra con il mezzo, che è in entrambi i casi simbolico per definizione: l’immagine fotografica, infatti, non è la realtà, così come non lo è la parola. Entrambe sono, invece, il veicolo tramite il quale la realtà oggettiva (sempre che esista, ma se volessimo addentrarci nella questione andremmo fuori dal seminato) diventa trasmissibile da un individuo all’altro, mettendo in contatto le rispettive soggettività grazie ad un sistema comunicativo riconoscibile e condiviso.

Attenzione, però: il medium simbolico, in quanto tale, non è mai universale, bensì dipende dai macrosistemi sociali e culturali e dai microsistemi individuali (che si declinano in infinite dimensioni diverse). Se queste sfasature sono evidenti per la parola – basti banalmente pensare alle diverse lingue esistenti, alla possibilità di non conoscere il significato di un termine anche all’interno della propria lingua o anche al fatto che una parola per noi evocativa abbia un valore neutro per un’altra persona – più difficile è comprenderlo per le immagini. Facciamo allora una prova: cosa pensereste di fronte ad una donna vestita di bianco? Nella cultura occidentale, quest’immagine ci ricorda la purezza e suscita una sensazione positiva (le spose vestono di bianco); in oriente, invece, sarebbe probabilmente associata alla morte e al dolore, poiché qui il bianco è spesso il colore del lutto.

E così arriviamo al terzo passaggio, tappa finale del nostro viaggio percettivo: colui che guarda o legge il prodotto della penna e della macchina fotografica. Cosa vedrà questo fruitore? Davanti ai suoi occhi c’è qualcosa che è nato dalla mente di qualcuno, è stato veicolato attraverso un sistema simbolico e ora si presenta come tentativo di trasmissione di un complesso cosmo percettivo-interpretativo tra due sistemi totalmente e irrimediabilmente differenti. A questa doppia soggettività, colui che riceve il messaggio non potrà far altro che aggiungere ed intrecciare la propria: mille diversi lettori e osservatori coglieranno mille diversi significati in ogni singola fotografia o racconto – anzi, in ogni parola e in ogni dettaglio. Di più: ne coglieranno di nuovi ogni volta che questa stessa fonte fornirà loro la sua inesauribile suggestione.

Nell’attuale mondo umano, profondamente immerso in un sistema di comunicazione pervasiva, la naturale imprevedibilità di questo meccanismo spinge a chiedersi se si possa lavorare per ottenere una maggiore uniformità comunicativa, per ridurre questo gap tra i due estremi del processo. Come standardizzare di più? Come eliminare le interferenze? Come far avvicinare le menti  di chi crea e di chi fruisce tanto da farle sovrapporre?

Io, caro lettore, non conosco la risposta a questi interrogativi, ma in tutta sincerità spero che – nel caso esista – resti sempre ben nascosta.

Ciò che conta, infatti, non è come ridurre la distanza tra due punti, ma piuttosto quante diverse e meravigliose strade possano essere percorse dall’uno all’altro. Perché è lungo questo tragitto che si aprono gli spazi creativi che nutrono la mente umana, la stimolano, la costruiscono.

Se creatore e fruitore coincidessero, tutto sarebbe noto e l’esistenza avrebbe perso il suo significato.

Per fortuna, però, non è così, né mai potrà esserlo: l’unicità stessa di ogni essere umano impedisce che questo avvenga, garantendo che tra una persona e l’altra vi sia sempre uno spazio da colmare. Questa distanza produce la ricerca, il pensiero, la scoperta; mantiene le differenze e crea le relazioni. Ed è proprio grazie ad essa che ogni giorno proviamo l’insopprimibile desiderio di alzarci e metterci in cammino per quel viaggio – verso l’altro, il nuovo ed ignoto in cui riponiamo le nostre speranze di felicità e di senso – che tutti noi chiamiamo, in una sola parola, vita.

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