Vivere “q.b.”

Avevo circa dieci anni quando ho cominciato ad appassionarmi alla cucina. Sarà stato l’esempio di mio nonno (che era il cuoco di casa) o forse la consapevolezza che il metro quadrato di fronte ai fornelli fosse l’unico luogo da cui i miei genitori si tenevano ben lontani; non so. Sta di fatto che cucinare mi piacque moltissimo fin da subito.

Partita da macedonia e purè, ben presto scoprii il mondo dei dolci e della pasticceria – prelibatezze che in casa mia nessuno preparava – e fu amore a prima vista: presi a cimentarmi in ricette sempre più complicate, attingendo al “Cucchiaio d’argento” che occupava un posto d’onore tra i nostri manuali di cucina, con risultati tali da leccarsi i baffi. Più cucinavo, più mi piaceva e più abile diventavo nel realizzare i miei piatti.

Poi, un giorno, mi imbattei nel “q.b.”. Lì per lì rimasi perplessa: come si poteva cucinare un piatto senza conoscere le dosi esatte degli ingredienti? E se avessi sbagliato? E se fosse venuto male?

Non potevo certo gettare la spugna – o meglio, il mestolo! Perciò decisi di tentare. E fu un successo culinario e… psicologico!

Già, perché scoprii che i piatti potevano essere buonissimi – anzi, ancora più buoni – anche senza seguire una ricetta fissa: un concetto che estesi subito (con buona pace di cuochi e filosofi) dall’intingolo degli arrosti alla concezione dell’intera esistenza. Devo dire che risultarono subito più gustosi entrambi!

Oggi, “vivere q.b.” è diventato per me il modo di esercitare felicemente la mia libertà: raccogliendo ogni giorno la sfida di rimanere in equilibrio tra lavoro, figli, sport e mille incombenze diverse, sono diventata un’esperta del far filare (quasi) tutto liscio; tuttavia (o forse proprio per questo) penso che, quando si tratta di decidere per se stessi, lasciare spazio all’improvvisazione sia qualcosa di catartico, che ci purifica dal nostro desiderio di avere tutto sotto controllo per non farci prendere dall’angoscia dell’imprevisto.

In un mondo che alimenta l’ansia pretendendo dal nostro Io adattamenti sempre più rapidi ed equilibrismi sempre più complessi, “vivere senza ricetta” spezza il cerchio, restituendoci quello spazio di manovra che troppo spesso ci manca – e del quale abbiamo addirittura imparato ad avere paura. Il “q.b.” tiene la nostra mente viva.

A volte si tratta di agire d’iniziativa, rompendo gli schemi per vedere come sapremo reagire; altre volte, invece, la tecnica migliore è l’inazione: rimanere seduti, aspettando di scoprire cosa la vita ci porterà. In entrambi i casi, la magia si realizza quando lo spazio vuoto dell’incertezza diventa spazio libero della possibilità.

Ognuno di noi dovrebbe provare a farlo almeno una volta – e farlo provare agli altri! Bastano cinque minuti: il primo per pensare ad un’alternativa, il secondo per metterla in pratica, il terzo per percepire lo “scollamento” dai nostri schemi, il quarto per godere della libertà che tutto questo ci regala. Il quinto, credetemi, lo dedicherete a pensare al prossimo “dirottamento”!

Coraggio dunque, tutti  ai fornelli: via i ricettari, spazio alla creatività!

Ti è piaciuto questo articolo? Condividilo!

2 risposte a “Vivere “q.b.””

  1. Mi hai fatto divertire anche più di q. (sarebbe) b.
    Molto molto simpatico ed elegamente leggero come a te riesce fare.
    E oltre tutto per me una recente scoperta il q.b. che sembrava bandito dai miei pesi e dalle mie misure, a favore di una libertà che ben più eccessive e contorte strade arrivava.
    Un poco dantesca l’immagine con la scritta “creperia” …. ma forse luogo ove si “crepa” dal ridere immagino?
    Grande Ada!

    1. Caro Enzo, ti ringrazio molto! :-) Del resto, ho imparato leggendo gli articoli dei migliori ;-) Sarebbe valsa la pena di scriverlo anche solo per strapparti questo ellenico sorriso, così raro di questi tempi. Alla prossima!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.