L’arte di delegare

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A chi non capita, di tanto in tanto, di ritrovarsi strapieno di cose da fare, tanto da non sapere più da che parte girarsi?

Viviamo in un mondo complesso e multiforme, in cui è diventato normale ricoprire più ruoli e dover rispondere a molte richieste diverse contemporaneamente in un tempo ridotto.
È inevitabile, quindi, barcamenarsi tra le varie incombenze attraverso il multitasking e incappare in giornate in cui, a sera, ci sentiamo svuotati, sfiniti… e senza nemmeno essere arrivati in fondo alla lista delle cose da fare!

Ma se questo non accade solo ogni tanto, bensì tutti i giorni, allora c’è qualcosa che non va: significa che ci stiamo sobbarcando più lavoro di quanto possiamo sostenerne, ossia che abbiamo perso l’arte di delegare.

Sì, perché delegare è un’arte: non è un atto automatico e nemmeno una pura tecnica. Non ci sono regole fisse per farlo: ognuno di noi sceglie cosa delegare, come, quando, a chi, per quali motivi, per quanto tempo, ecc., in base alla propria percezione degli eventi, alla situazione in cui si trova, ai gusti personali, alle proprie priorità, ai propri desideri, ai propri timori, alle proprie possibilità…

Delegare è quindi un’arte, perché non risponde a norme rigide, bensì richiede sensibilità a tutti quei fattori sui quali la decisione della delega si basa.
Ma delegare è anche un atto etico, cioè un comportamento messo in pratica secondo principi superiori di bene e di male: detto in altri termini, è un comportamento che risponde a una sfera di valori.

Ecco perché non è raro che, come counselor filosofico, mi ritrovi ad affrontare con i miei consultanti il problema del saper delegare, accompagnandoli nell’acquisizione di questa importante abilità.

Ma vediamo qualche esempio quotidiano di delega come atto etico guidato dalla sensibilità:

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– Scegliere se riprendere a lavorare dopo la maternità, affidando il proprio bambino ad altri durante il giorno.
– Assumere qualcuno che accudisca un genitore anziano e malato, anziché farlo in prima persona a prezzo di un esaurimento psicofisico.
– Coinvolgere un collega in un progetto, condividendone con lui i meriti, anziché portarlo avanti da soli, ma a rischio di non farcela.
– Non accudire e seguire i figli grandicelli in ogni minima cosa, anche se questo causerà magari in loro un po’ di malcontento, o li costringerà ad imparare ad essere responsabili e ad arrangiarsi da sé.
– Dividere le faccende di casa con il coniuge o con qualcun altro, anche se non saranno svolte quando o come riteniamo che sarebbe meglio.
– Rinunciare a svolgere alcune incombenze secondarie, nonostante siano sulla lista delle “cose da fare”, per risparmiare energie e non arrivare sfiniti a fine giornata (a chi si sta delegando, in questo caso? Bella domanda: scopriremo la risposta più avanti!).

Alcune di queste situazioni vi suonano familiari, magari perché voi stessi avete riconosciuto in esse una vostra difficoltà a delegare? Se è così, vi invito a fare lo stesso lavoro di chiarificazione che svolgo con i miei consultanti.

Quando chi mi chiede aiuto mostra un effettivo problema nel delegare (che, per essere tale, non deve riguardare incombenze inderogabili, che si sia costretti a svolgere in prima persona e per le quali non vi sia scelta alternativa), dopo aver ripercorso insieme le situazioni in cui si sente soverchiato dalle cose da fare, uso lo strumento principe della filosofia: la domanda.

Quindi chiedo:
In queste situazioni in cui ti senti sovraccarico, che cosa stai facendo?
La risposta di solito è:
Non sto delegando come dovrei!

Ma qui entra in campo un altro dei pilastri della filosofia, la logica, per farci notare che questa è la risposta sbagliata. La domanda non era, infatti, “Cosa non stai facendo?”, ma “Cosa stai facendo?” e questo fa tutta la differenza.

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La realtà è che chi non riesce a delegare quando potrebbe e vorrebbe farlo sta compiendo una specifica azione: sta tenendo per sé ciò che non delega.

Uno dei motivi per cui il counseling filosofico è efficace nel cambiare la nostra vita è che ci consente di vedere le situazioni da un punto di vista nuovo per  risolvere i nostri problemi, e questo ne è un esempio: avete mai pensato a ciò che non delegate nei termini di qualcosa che invece trattenete?

Bisogna avere un ottimo motivo per tenere gelosamente per sé qualcosa – a prezzo di stanchezza, esaurimento di energie, senso di insoddisfazione, sopraffazione e fallimento, perdita di piacere e addirittura di se stessi – quando invece sarebbe indubbiamente più saggio delegarla!

Dunque, che cosa teniamo tanto ostinatamente per noi, e perché?
La risposta è tanto semplice quanto stupefacente: tratteniamo noi stessi, perché ne abbiamo bisogno per sapere chi siamo e quanto valiamo.

Tratteniamo e difendiamo ciò che vogliamo essere o che sentiamo di dover essere, ciò in cui ci riconosciamo o vorremmo riconoscerci, ciò che desideriamo ci definisca, ciò a cui tendiamo – magari perché ci è stato insegnato che questo è l’unico modo giusto di stare al mondo.

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Si tratta di ideali, imperativi e valori (non necessariamente giusti o giustificati!) che sono entrati a far parte di noi, a volte senza che ce ne rendessimo conto, come ad esempio:
– una buona madre deve stare accanto a suo figlio, se necessario sacrificando se stessa e il suo lavoro;
– ogni figlio si deve occupare direttamente dei suoi genitori, anche se anziani e gravemente malati, nonostante questo lo stremi fisicamente e psicologicamente;
– nella professione bisogna sobbarcarsi tutto il lavoro che viene richiesto, senza dividerlo con i colleghi;
– si è buoni genitori solo se ci si fa carico dei figli in ogni minima cosa, indipendentemente dalla loro età, dalla presenza di altri impegni e desideri, dal tempo e dalle energie a disposizione;
– uno dei compiti della donna è tenere la casa in perfetto ordine, perché questo riflette il suo valore personale ed è il vero segno tangibile del suo contributo familiare, anche se lavora;
– “bisogna fare tutto”: ogni dovere deve essere assolto, senza eccezione, indipendentemente dalla sua rilevanza e dalle circostanze, perché ciò definisce il nostro essere meritevoli di approvazione e di amore.

Inevitabilmente, quando delegare significa contravvenire a questi imperativi e quindi frammentare l’immagine positiva che desideriamo avere di noi, farlo diventa molto difficile, se non addirittura impossibile.

Chi non riesce a delegare, perciò, nonostante abbia la sensazione di non prendersi cura di se stesso (“Vengo sempre in fondo alla mia lista delle priorità!“), in realtà lo sta facendo: sta proteggendo la sua stessa identità, ma in modo non funzionale al suo benessere.
Prova ne sia il fatto che tenere tutte le incombenze per sé fa sentire esauriti e frustrati, ma d’altro canto cambiare le cose suscita ansia, inadeguatezza e senso di colpa.

Occorre allora lavorare sulle fondamenta del sistema etico.

Ed è qui che comincia la seconda, fondamentale parte del lavoro di counseling filosofico su questo tema: analizzare quali tra le motivazioni che ci inducono a non delegare ci appartengano, comprendere se siano fondate, se possano essere cambiate e come.
Lavorare, cioè, sull’etica, prendendo consapevolezza della nostra sfera di valori per capire come guida il nostro comportamento e per definire se vogliamo e possiamo cambiare qualcosa di tutto questo.

E come si fa? Ancora una volta, facendoci le domande giuste.

Spesso, una delle chiavi di volta è rappresentata dalla domanda: “A chi vorresti/dovresti delegare?“.
Nella maggior parte dei casi pensiamo infatti di dover delegare a qualcun altro, ma non è sempre così.

Riprendendo gli esempi fatti prima, scopriamo che possiamo delegare a una molteplicità di soggetti:

Foto di Gerd Altmann da Pixabay

a una persona diversa da noi (come una babysitter);
ai diretti interessati all’oggetto della delega: ad esempio, non accudire passo passo i figli significa delegare loro progressivamente la cura di se stessi, che è una capacità fondamentale nella vita;
– per quanto possa sembrare strano a dirsi, possiamo delegare anche a noi stessi, in un duplice modo: o a noi stessi nel futuro (questo è ciò che definiamo propriamente rimandare, il che non è affatto una cattiva idea, se si basa su una lista di priorità e sulla consapevolezza di necessità, desideri, tempo ed energie disponibili – “Stasera sono stanco, i piatti li laverò domani”), o a una versione di noi stessi diversa da quella che non sa delegare, e quindi in grado di essere guidata da principi più equilibrati (“Farò questa cosa senza ossessionarmi con l’idea che il risultato debba essere perfetto”);
– a volte, deleghiamo semplicemente… al destino. Ossia, lasciamo che le cose vadano come devono andare: della spesa si occuperà il/la mio/a compagno/a, e pazienza se mancherà qualcosa o comprerà prodotti sbagliati; deciderò così, e non mi sentirò diminuito nel mio valore se le cose non andranno in modo tale da confermarmi la mia immagine; non mi sfinirò svolgendo anche quelle incombenze secondarie che mi costerebbero grande stanchezza: non serve che sia sempre tutto perfettamente eseguito (vi ricordate quando ci eravamo chiesti a chi si stesse delegando in queste occasioni? Voilà!).

Ecco quindi come da alcune domande cruciali emerga un ventaglio di risposte e quindi di possibilità di comprensione e cambiamento.

Perché delegare è un’arte, ma anche farsi le domande giuste lo è (e si chiama filosofia), anche se può essere difficile praticarla senza aiuto.

E tu, cosa vorresti delegare e a chi?

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