Vuoto esistenziale, spazio esistenziale

Capita spesso che chi viene da me per intraprendere un percorso di Counseling Filosofico percepisca di avere difficoltà con i concetti di pieno e di vuoto esistenziale.

C’è che non conosce vuoti: il suo tempo di vita è saturo di cose da fare, di persone da incontrare, di doveri cui ottemperare, di scadenze da rispettare e così via.Si alza la mattina (non di rado, dopo aver dormito male pensando a tutto ciò che ingombra le sue giornate) e comincia a correre per far stare tutto all’interno delle successive 12 (o 15, o addirittura 18) ore.
Per queste persone anche divertirsi è un dovere e, se hanno figli, capita che gestiscano allo stesso modo anche la loro vita – magari in indirettamente, ossia non riempiendogliela di impegni, ma occupando le pause di riposo con attività passive (grande ossimoro contemporaneo) quali il guardare la televisione.

Anche le relazioni possono costituire un “troppo pieno”, diventando una sorta di droga che impedisce di stare da soli (al limite, persino quando lo si desidererebbe): ci si vede, ci si chiama, ci si inviano messaggi, ci si connette sui social, si riempie la propria vita con quella altrui e viceversa.

il presente è strapieno e questo distoglie dal futuro, spesso ansiogeno. Ma è un presente frammentato, non vissuto in profondità; è un’accozzaglia di elementi, oppure una continua corsa, o ancora una disseminazione di parti di sé negli altri con cui ci si relaziona.

Insomma: questo apparente pieno nasconde un reale vuoto.

Certo, il vuoto fa paura. Abbiamo un vero e proprio horror vacui, perché nel vuoto ci sentiamo persi, abbandonati, dissolti – nel vuoto sentiamo di non esistere.

Eppure il pieno è altrettanto dannoso, perché ci cannibalizza.
Anche nel pieno, così come nel vuoto, smettiamo di esistere, perché esso ci deruba di ciò che siamo, ci sbrana, si sovrappone alla nostra identità.

Ma se il pieno non va bene e il vuoto neanche, che cosa ci resta?

Lo spazio.

Che “spazio” e “pieno” siano due concetti distinti non è difficile da comprendere; più difficile, invece, è distinguere tra “spazio” e “vuoto”.

Il vuoto è assenza – di più: assenza che deve essere colmata.  Il vuoto, come il pieno, è un concetto negativo, ossia esprime qualcosa che non dovrebbe essere come invece è. Nel vuoto bisogna inserire qualcosa, mentre nel pieno bisogna togliere qualcosa.

Vuoto e pieno sono due assoluti.

Lo spazio, invece, è una parzialità positiva: non è vuoto, perché qualcosa si può aggiungere, ma qualcos’altro, per definizione, c’è già; non è nemmeno pieno, perché altrimenti non potremmo aggiungere nulla.

Lo spazio è potenzialità.

Nello spazio possiamo decidere di non inserire nient’altro, senza temere di rimanere vuoti; oppure possiamo aprirlo al mondo, includendo cose, persone, idee, emozioni…

Non possiamo progettare nel vuoto, perché al suo interno ci mancherebbe il materiale necessario, né possiamo farlo nel pieno, perché non avremmo il luogo che ci serve per inserirvi il nuovo; possiamo, invece, farlo nello spazio.

Lo spazio è anche il punto d’incontro: quello in cui io, che già sono presente con la mia esistenza, posso intessere uno scambio con te, che già esisti, liberamente e con agio.
Vuoto e pieno non si possono condividere, ma si può condividere lo spazio.

Di più: lo spazio è necessario per la relazione, perché è indispensabile una separazione, una distanza tra coloro che mettono in atto uno scambio umano (diversamente si coinciderebbe in uno stesso punto, ossia si sarebbe la stessa cosa, e quindi lo scambio non sarebbe possibile: una situazione più diffusa di quanto si pensi, nelle coppie); ma se questo spazio divenisse vuoto, significherebbe che non esisterebbero i due attori dello scambio stesso.

Ci si incontra solo nello spazio.
Si progetta solo nello spazio.
Si esiste solo nello spazio.

Una delle domande fondamentali da farsi, allora, una volta disegnato il quadro di ciò che compone la propria vita, è: “In tutto questo, io dove sono?“.

Se ve la porrete, probabilmente scoprirete che vi porterà automaticamente alla successiva, che è il grande interrogativo della filosofia: “Ma io, chi sono?“.
Per potersi trovare occorre, infatti, sapersi conoscere e riconoscere.

E questo, se vorrete, lo potremo fare insieme.

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